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PUBBLICAZIONI Avvocato Jusi Andriuolo

Geolocalizzazione del figlio minorenne: può deciderlo un solo genitore?

Negli ultimi anni sempre più genitori chiedono se sia possibile installare sul cellulare del figlio minorenne un’applicazione che consenta di conoscere in tempo reale la sua posizione. Le ragioni sono spesso comprensibili: preoccupazione per la sicurezza, timore di incidenti, necessità di sapere se il figlio è arrivato a scuola o a un’attività sportiva.

La questione, tuttavia, diventa più delicata quando i genitori sono separati e uno è favorevole alla geolocalizzazione mentre l’altro vi si oppone. In questi casi è importante evitare decisioni unilaterali.

La geolocalizzazione non è una scelta banale

Installare un sistema di localizzazione significa raccogliere costantemente dati relativi agli spostamenti del minore. Non si tratta quindi di una semplice impostazione tecnica del telefono, ma di una scelta che coinvolge la sfera della privacy, dell’autonomia e della crescita del figlio.

Per questo motivo la decisione non dovrebbe essere valutata esclusivamente dal punto di vista della comodità del genitore, ma soprattutto alla luce dell’interesse del minore.

L’età del figlio assume un ruolo centrale. È evidente che la situazione di un bambino di otto anni che si sposta da solo è diversa da quella di un adolescente di sedici anni che frequenta la scuola superiore, pratica sport e ha una vita sociale autonoma.

Cosa accade se i genitori non sono d’accordo?

Quando i genitori esercitano congiuntamente la responsabilità genitoriale, le decisioni di maggiore interesse per il figlio dovrebbero essere assunte insieme.

Se uno dei due ritiene necessaria la geolocalizzazione e l’altro la considera eccessiva o lesiva della privacy del minore, il primo consiglio è sempre quello di cercare un confronto, possibilmente con l’aiuto di professionisti esperti nella gestione dei conflitti familiari. La mediazione familiare o il supporto di un coordinatore genitoriale possono spesso evitare un inutile contenzioso.

Qualora il contrasto sia insanabile, la questione può essere sottoposta al giudice affinché valuti quale soluzione sia maggiormente conforme all’interesse del minore.

Attenzione a non trasformare il controllo in sorveglianza

Un errore molto frequente consiste nel confondere la protezione con il controllo. La geolocalizzazione può essere uno strumento utile in particolari situazioni, ma può diventare problematica se utilizzata per monitorare costantemente ogni movimento del figlio o, peggio ancora, per controllare indirettamente l’altro genitore durante i periodi di permanenza del minore presso di lui.

Il diritto del figlio a sviluppare gradualmente la propria autonomia non può essere dimenticato. Un ragazzo che percepisce di essere costantemente controllato potrebbe vivere tale situazione come una mancanza di fiducia, con possibili conseguenze sul rapporto educativo.

Quale consiglio dovrebbe dare un avvocato?

L’avvocato che si occupa di diritto di famiglia dovrebbe evitare risposte automatiche del tipo “si può fare” o “non si può fare”. Occorre invece analizzare il caso concreto: l’età del minore, il livello di autonomia, le esigenze di sicurezza, la qualità della relazione tra i genitori e le reali finalità della geolocalizzazione.

In generale, il consiglio più prudente è evitare iniziative unilaterali quando esiste un dissenso espresso dell’altro genitore. Installare un sistema di tracciamento senza confronto e senza accordo rischia infatti di aumentare il conflitto e di spostare l’attenzione dagli interessi del figlio alle tensioni tra gli adulti.

Nelle controversie familiari la domanda corretta non è se la geolocalizzazione sia utile al genitore, ma se sia realmente utile al minore. È da questa prospettiva che ogni scelta dovrebbe essere valutata e, se i genitori non arrivano ad un accordo, allora decide il giudice.

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